Il secondo album della band monferrina si arrischia con ancora più decisione sui sentieri del Midwest emo.
Secondo lavoro per i Tramontana, che tre anni dopo Complicarsi la vita pubblicano Ferite per Kosmica Dischi, etichetta romana che sta facendo un ottimo lavoro in ambito emo & dintorni (Meant, Leita, Vera Slö, per dire di alcuni progetti più che validi).
Nello scorso disco il quartetto di Casale Monferrato aveva dato alla luce un esordio degno di nota, capace di colpire per l’originale connubio di Midwest emo e alternative rock.
Dalle otto tracce di Complicarsi la vita alle otto di Ferite il passaggio è chiaro: l’impronta Midwest viene calcata ancora di più, a discapito del serbatoio più affine al rock alternativo made in Italy (al quale è forse più adatta la voce del cantante). Senza dubbio i quattro sanno muoversi nel territorio goliardicamente chiamato centrovest emozionale, ma dentro a esso appaiono un’anomalia, felice ma in qualche modo fuori posto.
Fuori posto, d’altronde, i Tramontana si sono sempre sentiti. Il provincialismo più o meno dichiarato nel primo album si ripropone anche qui, costruendo – pare – sentimenti più universali.
La resilienza di allora si piega e sembra cedere spazio al buio, dando vita a un’epica sconfitta: “Piani di fuga non ne ho / e non ne avremo mai”; “Come farò in mezza a questa gente / a non pensare di essere il più solo al mondo”.
Naturalmente l’eredità Midwest si riflette nella strumentale, più evidente in composizioni corali come pigmalione e 1/4 d’ora, e anche con preziosità prima non tentate (vedi su tutte la magnifica intro de l’arte più assurda). Inflessioni dall’alternative nostrano restano maggiormente in mare tempesta, ma in realtà anche – a sprazzi – in diverse parti di ciascuna canzone.
Andando in controtendenza, i Tramontana decidono di abbandonare i sentieri sicuri dell’alternative rock che in Italia, bene o male, trova sempre gente da sfamare, per rinchiudersi nella nicchia emocore.
E dall’emocore escono con qualche arma in più ma forse, anche, un po’ soffocati: spiace un po’ abbiano in parte perso la sfumatura alt rock che li connotava e che – ma non è questo il punto, non deve essere questo il punto – li potrebbe aprire a un pubblico più ampio.
Rispetto a Complicarsi la vita, Ferite ne esce meno compatto ma più ambizioso, rischia cercando la sperimentazione. È un album che in un mondo dove “la musica è un salvagente / ma la merda galleggia ugualmente” riesce a curare anche le nostre, di ferite.
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